martedì, 23 novembre 2010
Intervento di Valeria Montanari del 22 novembre 2010 in Consiglio Provinciale
La questione della rappresentanza di genere nelle istituzioni, nel mondo politico e nel mondo del lavoro è un problema antico ma attuale e costante. L’art. 3 della nostra Costituzione stabilisce il principio dell’uguaglianza formale e sostanziale che, di fatto, è disatteso. E’ bene ricordare i numeri oggettivi nelle istituzioni (ad esempio in Senato l'8,2% dei componenti è donna, va meglio alla Camera dei Deputati dove solo il 14,6% è costituito da donne. E potremmo proseguire con l’elenco dei dati a tutti i livelli istituzionali e di governo,che confermerebbero sempre la dura e amara realtà). Nel mondo del lavoro: In Italia il 60% dei laureati è donna.
L'Italia batte Regno Unito e Stati Uniti - vale la pena notarlo, poiché è un caso pressoché unico quando parliamo di statistiche di genere; eppure in Italia ben il 22% delle laureate non lavora e le donne laureate che lavorano sono pagate meno dei loro colleghi maschi. Il differenziale salariale di genere è in Italia più alto tra i laureati (34%) che tra le persone con titoli di studio di media inferiore (29%) e media superiore (28%) ed il divario si amplia ulteriormente tra i 35 e i 45 anni, quando le donne non riescono a fare il salto che invece più uomini fanno. A conferma di questo, le donne sono poco presenti nelle posizioni apicali delle imprese: il 23,3% nel top management delle aziende pubbliche e private (10% se restringiamo l'attenzione alle private) e solo il 6% nei Cda delle società. Altro dato significativo: tra le donne che lavorano, il 27% lascia il posto dopo la prima gravidanza. Un altro 15% non rientra dopo il secondo figlio. Una situazione che non trova eguali in Europa. Altro dato interessante è quello sulla precarietà: il 70% del totale dei lavoratori cosiddetti atipici è donna; la metà delle giovani sotto i 24 anni non solo entra nel mercato del lavoro con un contratto temporaneo, ma, evidentemente, la precarietà ne identifica lo status, dal momento che a un anno di distanza la condizione di incertezza non migliora. Il tasso di attività femminile è il più basso dell'Europa occidentale, e supera di poco il 50%, ma se al sud crolla al 31'1% , al nord si tocca quasi il 57%; questi numeri non rispettano, tra l’altro, l’accordo di Lisbona del 2000 che aveva individuato come obiettivo, entro il 2010, il raggiungimento del 60% di occupazione femminile in tutti i paesi dell'Unione.
I dati parlano da soli e potremmo fermarci qui con un ulteriore aggiornamento, magari, sui i numeri della condizione di lavoro delle donne in questo periodo di crisi economica.
Allora io mi sento davvero in dovere di affermare che occorre fare molto di più per aiutare la donna ad essere partecipe e protagonista nel mondo del lavoro e soprattutto nel mondo del buon lavoro, tenendo presente anche che il lavoro è un modo di affermazione della PERSONA (e ciò è sancito in modo chiaro anche dalla nostra Costituzione). Lo Stato e gli organismi di governo devono, da questo punto di vista, intervenire affinchè le imprese siano messe nelle condizioni (anche in termini di costi perché non dimentichiamo che le imprese devono poter stare sul mercato, investendo e rilanciando la produttività) di poter raggiungere gli obiettivi di pari opportunità tra uomini e donne e conciliazione dei tempi di vita e lavoro. Sull’argomento, in Italia la legislazione (tra cui in particolare la L. 53/00 e succ. modifiche in tema di congedi parentali) e la giurisprudenza hanno dato un contributo importante…ma c’è ancora molto da fare…Credo anche che il tema vada affrontato con approccio culturale…in altre parole…cosa intendiamo per madre? Quali gli impegni e gli adempimenti? Quali le aspettative? Come consideriamo, in una società sempre più avanzata come la nostra, la figura paterna? E ancora, perché non diciamo che il problema della conciliazione dei tempi di vita e lavoro deve riguardare tutti, uomini e donne? La questione della conciliazione dei tempi non deve essere una questione femminile perché la famiglia non è una questione di genere.
Venendo più nello specifico con l’o.d.g. oggi presentato: la Risoluzione del Parlamento europeo del 3 settembre 2008 sull’impatto del marketing e della pubblicità e sulla parità tra donne e uomini pone il proprio fondamento sul fatto la pubblicità che presenta messaggi discriminatori e/o degradanti basati sul genere e gli stereotipi di genere sotto qualunque forma rappresentano ostacoli per una società moderna e paritaria.
In effetti, se la questione di genere è una questione prima di tutto culturale, è corretto attribuire particolare importanza alla influenza che la pubblicità ed il marketing hanno sul processo di creazione degli stereotipi, considerando anche che la pubblicità sui vari media è parte della vita quotidiana di tutti e, quindi, è particolarmente importante che sia disciplinata da norme etiche e/o giuridiche vincolanti e/o dai codici di condotta esistenti che proibiscono la pubblicità che trasmette messaggi discriminatori o degradanti, basati sugli stereotipi di genere, o che incita alla violenza.
Oltre a ciò, considerando che i bambini, che rappresentano il futuro della nostra società e nei confronti dei quali anche la scuola svolge un ruolo determinante, imparano imitando e mimando le proprie esperienze e che, per questo motivo, la pubblicità che presenta stereotipi di genere non solo influisce sullo sviluppo individuale, ma accentua anche la percezione per cui il sesso di appartenenza determina cosa è possibile e cosa non lo è. Allora, è evidente che la pubblicità (tra cui rientrano anche, ad esempio, le offerte di prestazioni sessuali sulla stampa, compresi i quotidiani locali), oltre a rafforzare lo stereotipo della donna-oggetto, rende tali messaggi visibili ed accessibili ai minori, nella coscienza dei quali il rischio forte è quello si rafforzi un’idea distorta di quello che è giusto o meno. La pubblicità che presenta stereotipi di genere riproduce un’iniqua distribuzione del potere tra i sessi ed è ovvio che sia necessario mettere in discussione la suddivisione tradizionale dei ruoli per poter conseguire la parità tra i sessi. E’ per questo motivo che condivido pienamente la risoluzione europea nei suoi presupposti e negli intenti ed è per questo che supporto in pieno l’ordine del giorno oggi presentato in Consiglio Provinciale.
Ribadendo il fatto che ovviamente, la disuguaglianza sostanziale tra uomo e donna, ha cause prima di tutto nella cultura di un Paese e rispetto a questa disuguaglianza le donne di fatto sono “vittime”………..vorrei infine invitare tutte le donne, nella vita quotidiana e quindi nelle relazioni e, soprattutto, lavorative a far sì che gli stereotipi in essere vengano progressivamente stravolti; il messaggio che dobbiamo trasmettere è che noi donne vogliamo prima di tutto essere considerate e valutate per le nostre capacità e non per il nostro aspetto fisico, né vogliamo essere considerate una “fascia sociale debole” ……..sono fermamente convinta che, come accade spesso, le prime a dover fare il primo passo e, quindi, le vere protagoniste del cambiamento culturale di cui la nostra società necessita siano, ancora una volta, le donne.
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E’ doveroso infine fare accenno, anche se si tratta di un argomento a mio avviso ad impostazione totalmente diversa, al tema della violenza sulle donne (il 25 novembre sarà la giornata internazionale contro la violenza sulle donne) violenza fisica e psicologica (e in quest’ultimo caso mi riferisco al reato di stalking) ci teniamo tutti a ribadire che trattasi di un crimine, oltre che di una piaga sociale, contro la quale molto è stato fatto ma ancora moltissimo ci sarà da fare.
Valeria Montanari
15:34 Scritto da: democritico61 | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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